Disoccupazione ed Inflazione

Negli ultimi anni alcune subculture del mondo del web hanno iniziato a far tornare in auge la visione secondo la quale il problema della disoccupazione potrebbe essere risolto semplicemente abbassando la guardia dal punto di vista della politica monetaria europea, la quale ha come obiettivo cardine la stabilità dei prezzi. Semplificando in maniera estrema, un innalzamento dei prezzi avrebbe il beneficio di trainare l’economia verso un livello di disoccupazione più basso. Come sempre, in questa sede ci si occuperà di analizzare a fondo l’osservazione appena riportata, verificare se sia o meno verificato questo storicamente e se questo possa essere uno scenario nella situazione attuale.

Alban Phillips e la curva in cerca di interprete

La teoria di cui si è accennato nell’introduzione nasce dalla c.d. Curva di PhillipsAlban Phillips era un ingegnere neozelandese che, nel 1958, propose un modellino statistico che mostrava come vi fosse correlazione tra il tasso di variazione dei salari (nominali) ed il tasso di disoccupazione relativamente all’economia britannica tra il 1861 ed il 1957. In realtà però la scoperta di Phillips non era una vera e propria teoria universalmente sfruttabile ai fini della politica economica, anche se era riuscita a fotografare come l’economia britannica avesse una tendenza di fondo: la disoccupazione era alta in presenza di bassi salari monetari. Si riporta di seguito una rappresentazione grafica della Curva di Phillips:

La curva quindi era riuscita a mettere in relazione, se pur in modo circoscritto all’Inghilterra, la sfera monetaria e la sfera dell’economia reale. Un gran numero di economisti vide in questa curva un grandissimo spunto per evolvere la teoria economica e per fornire uno strumento di azione alla politica al fine del perseguimento degli obiettivi macroeconomici.

Il primo che si cimentò in un’analisi della curva al fine di estrapolarne una teoria generale fu Richard Lipsey nel 1960. Per Lipsey, nel punto Z ( corrispondente ad una disoccupazione pari al 5,5%) il salario rimane stabile (tasso di variazione pari a 0). In quel punto domanda ed offerta di lavoro sono uguali, ne segue che quel 5,5% di disoccupazione è la cosiddetta disoccupazione frizionale, ovvero quella costituita da lavoratori che si stanno muovendo da un posto di lavoro ad un altro. Da qui, è possibile ridurre la disoccupazione frizionale senza un forte effetto inflazionistico fino al c.d. Zoccolo duro della disoccupazione (pari ad un tasso di disoccupazione dello 0.8%), in presenza del quale un ulteriore ricerca di un aumento della disoccupazione sfocerebbe in dinamiche inflazionistiche rischiose. Lipsey ad ogni modo non si spinse oltre queste generalizzazioni e quindi la Curva di Phillips ancora non aveva trovato una vera e propria applicazione pratica.

La trattazione decisiva della curva di Phillips fu quella proposta da Samuelson e Solow nel 1959, che era basata sui dati americani dei 25 anni precedenti e che non metteva in relazione la variazione dei salari con il tasso di disoccupazione, bensì la variazione dei prezzi. Secondo i due economisti gli spostamenti verso sinistra sono giustificati dal fatto che un aumento dell’occupazione aumenta la domanda e quindi i prezzi tendono a salire. In questo modo la Curva diviene strumento di politica economica: si presenta, letteralmente, come un menù di scelta tra diversi livelli di disoccupazione collegati a diversi livelli di inflazione. Negli anni 60 il governo americano sfruttò questo strumento nella versione di Samuelson e Solow aggiudicandosi risultati soddisfacenti, ma purtroppo le cose non sarebbero state sempre così floride per la teoria della Curva di Phillips.

La curva di Phillips impazzisce: la svolta Friedmaniana

Dal 1961 al 1969 la Curva di Phillips appariva essere legittimata a pieno come strumento di politica economica, ma in realtà l’agguato era dietro l’angolo. A partire dal 1970 e con particolare riguardo alle annualità successive al 1973, la Curva di Phillips non riuscì più a prevedere verosimilmente la relazione tra tasso di occupazione e tasso d’inflazione. Sono infatti gli anni della stagflazione, ovvero anni in cui si manifestano parallelamente alti tassi di disoccupazione ed alti tassi d’inflazione. 

Gli economisti più legati allo strumento della Curva di Phillips non riuscivano a spiegarsi come questa non riuscisse più ad essere uno strumento di politica economica efficace e sfruttabile.

L’interpretazione decisiva del fenomeno della stagflazione arrivò da un discorso di Milton Friedman di qualche anno prima (1967). Per Friedman, posto un tasso di disoccupazione per cui il tasso di variazione dei salari monetari, il tasso d’inflazione ed il tasso di inflazione atteso sono in equilibrio, una politica monetaria espansiva volta a diminuire la disoccupazione ha come effetto quello di non riuscire a diminuire la disoccupazione e di generare inflazione. Il meccanismo è il seguente: un aumento dell’offerta di moneta fa aumentare la produzione e di conseguenza l’occupazione. Questo genera però spinte inflazionistiche, ed i lavoratori (i quali attraverso i sindacati contrattano il salario sulla base dell’inflazione attesa) si troveranno con un salario il cui potere d’acquisto è effettivamente minore di quello del periodo in cui sono stati assunti (a causa dell’aumento dei prezzi). Questo spinge, in sede della successiva contrattazione collettiva, a richiedere un salario più alto aspettandosi che l’inflazione sarà pari a quella del periodo precedente. Ma la richiesta di un aumento salariale spinge i datori di lavoro a diminuire la domanda di forza lavoro, ne consegue che il tasso di disoccupazione torna allo stesso livello del periodo precedente ma con un livello dei prezzi più alto. In altre parole, la disoccupazione si riduce solo nel breve periodo per poi ristabilirsi sul livello precedente. Se si vuole diminuire la disoccupazione il prezzo da pagare è una spirale inflazionistica. Quindi è il livello di inflazione ad influenzare il livello di disoccupazione, e non il contrario (come negli esempi precedenti). Ne consegue che esiste un tasso di disoccupazione c.d. naturale, che se valicato porta al processo inflazionistico della Curva di Phillips della visione Friedmaniana. Successivamente, Modigliani coniò la definizione di NAIRU per indicare questo livello del tasso di disoccupazione, ovvero il tasso di disoccupazione che non causa variazioni nel livello dei prezzi. È da ricordare che Friedman intravede in questo tasso due moventi della disoccupazione: quella frizionale (già definita precedentemente) e quella strutturale, ovvero quella dei soggetti che non trovano lavoro a causa di sostituzione tecnologica (mansioni ora svolte dalle macchine) sia che di sostituzione di beni (lavoratori che producevano beni ora caduti in disuso, o che svolgevano prestazioni ora non più richieste). I sostenitori della Curva provarono a controbattere alla nuova visione Friedmaniana, a con scarsi risultati: si segnala la critica di Tobin, che per difendere la positività dello strumento ammise banalmente che i lavoratori avrebbero dovuto accettare un livello di salario reale effettivamente inferiore per non dar vita all’effetto inflazionistico, di fatto ammettendo che fosse desiderabile ingannare i lavoratori.

I Nuovi Classici: Curva di Phillips con aspettative razionali

Qualche anno dopo la rivoluzione Friedmaniana, alcuni degli economisti appartenenti alla scuola dei c.d. Nuovi Classici (Muth & Lucas) effettuarono alcuni correttivi che rafforzarono ancor di più la visione seconda la quale la curva fosse non sfruttabile ai fini delle decisioni di politica economica.

Nella Curva di Phillips Friedmaniana gli agenti accettano inizialmente il salario non ragionando sul fattore inflazione, subiscono l’aumento dei prezzi per un periodo e successivamente chiedono un aumento del salario per ristorare il potere di acquisto che si aspettavano di poter avere basando la nuova richiesta di salario sul livello d’inflazione osservato nell’anno passato. Questo tipo di aspettativa è detto “adattiva”, ovvero basato sull’esperienza passata e quindi sistematicamente errato nel breve periodo. Ma per i nuovi classici, se da una parte la visione Friedmaniana era stata una chiave di svolta rispettabile, non era possibile che i lavoratori errassero continuamente le loro previsioni. 

I Nuovi Classici allora ipotizzarono che gli agenti economici non basassero le loro valutazioni sull’esperienza passata, ma piuttosto ponderano l’informazione passata con le informazioni attuali di politica economica e monetaria. La loro previsione si rivela quindi corretta, in quanto sfruttano al meglio tutto il set di informazioni di cui dispongono (aspettative c.d. razionali).

Per i Nuovi Classici quindi, all’annuncio di una politica monetaria espansiva, i lavoratori comprendono in anticipo che si verificherà una dinamica inflazionistica e non accettano i salari offerti in quanto pienamente consapevoli che questi genererebbero la spirale di cui parlava Friedman. Ne consegue che la Curva di Phillips, per questi economisti, non si verifica neppure nel breve periodo. Le uniche politiche capaci di generare dinamiche sulla curva sarebbero politiche inaspettate, che non permettono agli agenti di formulare previsioni. 

Ultime evidenze empiriche e conclusioni

L’analisi storica, teorica ed empirica della Curva di Phillips porta a dire chiaramente che non si può affermare di certo a priori che una politica monetaria espansiva possa avere un effetto positivo sulla disoccupazione, piuttosto l’effetto positivo dipenderà da una serie di fattori e coincidenze. Se è pur vero che storicamente la Curva di Phillips ha avuto rilevanza in un determinato periodo storico, questo non può affermarsi per altri periodi storici in cui essa ha avuto una funzione previsionale del tutto inefficace. 

Le ultime evidenze empiriche relative alla curva di Phillips negli USA risalgono al 2018. Secondo un articolo del Sole 24 Ore, grazie al potere contrattuale derivante dalla bassa disoccupazione del periodo, la Curva di Phillips è tornata a manifestarsi, mostrando una correlazione inversa con l’inflazione. In altre parole, si è osservato come la discesa nel tasso di disoccupazione abbia trascinato con sé un miglioramento del potere contrattuale per i lavoratori, che a sua volta si è tradotto in un aumento dei salari e quindi dei prezzi. 

La situazione attuale da Covid-19 riporta di nuovo su sentieri incerti, e quindi non è possibile ancora dire se questa dibattuta Curva si mostrerà o meno uno strumento previsivo oppure no.


Fonti: 

  • Magazzino C., Mele M., “Politica Economica”, McGraw-Hill, 2013. 
  • Romani R., “L’economia politica dopo Keynes”, Carocci Editore, 2009.
  • Sole 24 Ore

Author: 

Paolo Di Berardo